Leggenda: Il bimbo e il nano

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Una storia che molte mamme raccontano ai loro bimbi per addormentarli la sera ha per protagonista un Nano. Nei dintorni di Zurigo, viveva un minuscolo Heidenweibchen, che talvolta si recava a visitare i casolari sparsi nella vallata. Questa creatura, di indole molto buona, si lasciava avvicinare soltanto dai bambini più piccoli e donava loro giocattoli che lui stesso fabbricava con il legno degli alberi del bosco e, qualche volta, delle monetine o dei dolciumi che raccoglieva qua e là. Una volta il simpatico Nano si avvicinò ad un bimbo e gli disse:<<Chiudi gli occhi e porgi la mano!>>. Il bimbetto, che già sapeva di dover ricevere qualche bel dono, non si fece pregare e allungò la manina, ma rimase sorpreso quando invece del giocattolo trovò un grosso pezzo di carbone nero. <<non voglio questa cosa sporca!>> disse il bimbo e piangendo lanciò il pezzo di carbone sul pavimento.
Il mattino seguente, quando i raggi del sole filtrando attraverso le tende si scomposero in tante gocce luminose, il bambino si svegliò e, vedendo luccicare qualcosa sul tappeto della sua cameretta, si alzò dal letto e lo raccolse. Meraviglia!
Durante la notte il nero pezzo di carbone si era trasformato come per incanto in una splendida pietra preziosa!

Tratto da: "Le creature del piccolo popolo"
Pubblicata anche sul Forum

venerdì, 03 ottobre 2008
FatinaCuRiOsA

nani, miti e leggende, elfi, fate
commenti (1)

...Grazie per il vostro sostegno!

Volevo ringraziarvi per il sostegno che date al mio blog giorno per giorno...anche perchè è grazie a voi se ho ricevuto il secondo posto nella Top 100 "Il bosco delle Fate"...Ecco il meraviglioso award:

2° classificato

 realizzato da Jack di http://avatarsland.splinder.com.... E' stupendo...Grazie Jackuzza!

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Tornerò presto con una nuova leggenda!

mercoledì, 01 ottobre 2008
FatinaCuRiOsA

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***ALI DI SETA***

Grazie a:  Sogno Incantato

 


Come tutte le fate, amava indossare deliziosi abitini ricavati da foglie di quercia, rami d’edera e fiori di ciliegio. E come tutte le fate non indossava scarpe che potessero in qualche modo impedire ai suoi piedini di afferrare gli oggetti più disparati, visto che come tutte loro aveva la straordinaria capacità di usare i piedi proprio come le mani!

In effetti, agli occhi di tutti Blodeuweed sarebbe potuta sembrare come tutte le altre, bella e terribile al tempo stesso: perché le fate sono tutte belle e terribili al tempo stesso!
Ma la nostra piccola Blodeuweed nascondeva un piccolo ma importante segreto: tutte le fate, lo saprai, possiedono splendide ali con le quali piroettano qua e là ed affrontano la vita con la loro consueta tormentata leggerezza.
Blodeuweed però non possedeva affatto le ali.
Secondo quanto le aveva accennato la madre, tempo addietro, non era stato sempre così. Quando i suoi occhi avevano visto per la prima volta il mondo, due fragili alucce azzurre, che promettevano di diventare robuste e grandi, adornavano la sua rotonda schiena.
Come fosse potuto accadere che queste ali le perdesse proprio non si sa, perché la madre non le aveva mai dato una spiegazione concreta o perlomeno una che potesse soddisfare Blodeuweed.
La nostra piccola fata pensava che sua madre fosse sempre stata un po’ troppo vaga sulla questione ma nel tempo aveva accettato che quella fosse “una di quelle tortuose situazioni di cui non si parla mai troppo spesso e men che mai volentieri”.
Ma il punto della storia che ti voglio raccontare non è questo, sebbene abbia anche a che fare con questo.
Devi sapere che la piccola fata soffriva del fatto di non avere quelle stesse splendide ali che tutte le altre fate avevano. Persino sua madre le aveva, e questo la faceva stare ancora peggio, perché non poteva condividere proprio con nessuno questo sottile dolore.
Si chiedeva spesso per quale motivo la Natura non l’avesse dotata delle stesse possibilità che tutte avevano e non aveva mai trovato una ragione, se non quella che la Natura doveva essere piuttosto dispettosa in certe occasioni per non donare ad una fata le sue sacrosante ali!
La madre di Blodeuweed non era certo stata con le mani in mano. Per coprire quella che a tutti gli effetti reputava una vergogna, aveva lavorato giorno e notte, persino quando Blodeuweed dormiva,. e le aveva fabbricato delle deliziose ali di seta.
Erano così simili a quelle delle altre fate, che nessuno avrebbe affermato che Blodeuweed non ne possedesse di proprie. E grazie a quelle la nostra piccola fata riusciva a piroettare nel cielo, leggiadra e rapida, splendida ed elegante, danzando per il mondo come è proprio di queste adorabili creature che chiamiamo fate.
Da quando poi Blodeuwedd era cresciuta, aveva iniziato a lavorarci lei stessa, rendendole sempre più “simili a quelle delle altre”, come sovente diceva lei.
Ma - c’è sempre un “ma”, in tutte le storie ed anche nelle favole - il punto era che lei sapeva di non avere ali vere.
Sebbene questo non costituisse all’apparenza un reale problema -poiché poteva fare tutto ciò che le altre facevano, grazie alle sue perfette ali di seta - si sentiva, stranamente, sempre inadeguata.
Si sentiva così quando saltava da un fiore all’altro, perché temeva che i fiori potessero scoprire il suo segreto. Si sentiva così quando la madre le dava dei consigli su come abbellire le sue ali di seta, reputando in cuor suo che la sua genitrice la volesse migliore di quella che era. Si sentiva così persino quando giocava con le sue amiche, pensando che loro non avevano dovuto far troppa fatica per avere quelle ali, perché a loro la Natura le aveva donate mentre lei se le era dovute costruire poco alla volta e con fatica.
In poche parole, si sentiva come una Fata con le Ali di Seta, il che dice veramente tutto.
Proprio per questo sentirsi costantemente diversa e sola, Blodeuweed aveva preso a frequentare altre creature oltre le fate: i superbi e alteri elfi, gli egoisti e ansiosi gnomi e persino i grossolani, violenti e brutti troll.
Non che si sentisse a loro affine, anzi!
Eppure in ognuno di loro avvertiva la medesima consapevolezza di NON essere che aveva lei, sebbene in questi fosse decisamente più grezza e semplice come condizione.
Blodeuweed infatti era… era… un universo di molteplici emozioni e sensazioni, che non saprei spiegare, ma che credo abbia a che fare con la poca tangibilità delle nuvole e la profondità degli oceani.
In ogni caso frequentava queste creature perché almeno loro le ali non le avevano e questo in qualche modo la tranquillizzava. Blodeuwedd, unica tra loro, poteva volare talmente in alto da suscitare stupore e invidia soprattutto negli gnomi e nei troll (gli elfi sono troppo convinti di esser perfetti, per provare invidia per altre creature e troppo pieni di sé per ammirare qualcun altro che non somigli loro almeno un po’…).
Questa era quindi la vita della nostra fata.
Fino a quando non fece uno strano incontro.
Passeggiava indifferente in un bosco per giungere al Vecchio Ciliegio, il punto di ritrovo della sua nuova compagnia. E quando vi giunse, scorse subito tra loro una figura diversa. Per certi aspetti poteva sembrare uno gnomo anche lui, così basso e con la barba corta e curata. Ma non portava il cappello a punta tipico e soprattutto aveva nello sguardo qualcosa di diverso.
Lo strano tipo la guardò a lungo, nel vederla giungere. E quando Blodeuweed fu tra loro, si presentò.
- Dia Duit, mia fata! Il mio nome è Omber.
- E il mio Boldeuwedd. - disse lei squadrandolo con diffidenza.
Da qual momento in poi, la fata, si accorse che Omber la trattava con giovialità e senza troppi convenevoli. Sembrava in parte interessato a lei, ma non in maniera differente da come pareva interessato a tutti loro o alla foresta stessa, che per lui era nuova a quanto diceva, o persino agli animali che la abitavano.
“ Uno strano tipo!” pensava tra sé la fata.
Pian piano, senza neanche rendersene conto, la curiosità verso una creatura che non aveva nulla di simile a quelle che fino ad ora aveva incontrato, fece spazio ad un sentimento nuovo. Lo potremmo chiamare amore. Ma devi sapere che le fate sono molto diffidenti, verso gli altri e verso i propri sentimenti. Per cui lei preferiva definirlo “interesse”.
Mentre Omber si era invaghito di lei fin dal primo momento in cui l’aveva vista! Come era suo solito, non aveva voluto darlo troppo a vedere - anche perché sapeva che più di un suo amico gnomo nutriva qualcosa di simile e non amava inimicarsi nessuno….
D’altronde i folletti guardano un po’ tutto con occhi incantati e trasognanti, quindi come capire quando sono innamorati?
Eppure non solo era sicuro di quello che non aveva timore a chiamare amore ma persino sentiva in cuor suo che quella fata, un giorno, l’avrebbe conquistata.
Omber era così: insicuro su tutto e spesso incoerente, ma certissimo di alcune cose, fino all’esasperazione!
Mentre i due continuavano a vedersi, sempre in quella foresta e sempre tra gli gnomi, stava nascendo qualcosa che avrebbe trasceso la loro stessa volontà, come sempre accade.
Non passò molto tempo che Omber dichiarò il suo amore a Blodeuweed. Lo fece in maniera leggera, casuale. Sembrava quasi che non fosse una vera e propria dichiarazione, ma un parlare di qualcosa tra le altre. Blodeuweed, che in quel tempo aveva sentito il suo
“interesse” crescere, non si lasciò sfuggire l’occasione.
E quel bacio, che Omber aveva sempre avvertito come in qualche modo predestinato, ed aveva atteso con trepidazione, alla fine ci fu.
Descrivere qui la sensazione che entrambi provarono non è facile. Molte sono le emozioni che non si possono esprimere a parole. Forse è per quello c’è chi non sa affatto parlarne.
E le immagini non rendono certo il naufragio delle anime nel mare enorme di maree dell’amore. Quello che si può dire è che, sia Blodeuweed che Omber, per un attimo non si sentirono così soli, come avevano sempre creduto di essere. E questo dovrebbe bastare a spiegare molto, anche se non tutto.
Nel loro conoscersi meglio capirono molte cose l’uno dell’altro.
Omber riuscì, con tenacia e guadagnando poco a poco la sua fiducia, a scoprire il segreto delle ali di seta di Blodeuweed, anche se lei non ne amava parlarne e spesso alle domande di Omber rispondeva con una semplice alzata di spalle e con quel suo sguardo imbronciato, per dir tutto e non dir nulla.
La fata invece seppe di Omber che non era uno gnomo bensì un folletto.
I folletti sono strane creature, figlie dell’acqua, rare a trovarsi e ancor più a vedersi, perché sono molto restie a svelare la loro natura e spesso amano confondersi tra gli gnomi a cui un po’ somigliano per aspetto come già detto.
Proprio come l’acqua, i folletti sono tutto e il contrario di tutto: mutevoli e incostanti, pigri e tumultuosi, affascinanti e banali, accoglienti e pericolosi
Hanno un’anima grande, e tanto amore da dare, ma spesso non lo dimostrano affatto o lo dimostrano in maniera contorta.
Non si scontrano mai contro le rocce, come i loro cugini Onde, ma sono capaci nel tempo di demolire le montagne ancor più di loro.
Possono sembrare gentili e affabili in certe occasioni, e cinici e dispettosi in altre.
Vivono di nostalgia e di ricordi e spesso non sanno tenere a bada il presente.
Il futuro poi li spaventa e li incuriosisce al tempo stesso.
Amano poi talmente tanto pensare che finiscono per chiudere le loro idee in Bolle di Sogno che volano poco sopra la loro testa e che contemplano spesso non prestando attenzione ai loro stessi passi. Per questo spesso dicono dei folletti che hanno sempre la testa per aria, anche se in realtà sarebbe più corretto dire che hanno lo sguardo rivolto ai propri pensieri.
Sono folletti, insomma. Se ti capitasse di vederne o conoscerne uno, stai bene attento a quel che fai! Perché sono anche molto permalosi. Ma fatteli amici, e vivrai di loro a lungo.
Ma sto perdendo il filo del discorso. Qui si stava parlando di Boldeuwedd e non di Omber!
Come ti dicevo, i due percorsero a lungo la stessa strada, affiancandosi e condividendosi: sebbene fossero differenti, avevano molto in comune, e forse per questo il loro fu un amore grande e unico.
Un amore da fiaba, diranno alcuni. Un amore vero, dico io.
Ma - anche nell’amore c’è sempre un “ma”…- non vissero per sempre felici e contenti, come ci si aspetta in una favola. Molte cose accaddero ai due, alcune delle quali tristi ed angoscianti.
Non si attenuò il loro amore, ma si sporcò di Vita.


La Vita è una polvere strana dalle caratteristiche piuttosto peculiari.
Riesce a darti gioia e dolore, al contatto. Rende felici e tristi ma mai allo stesso tempo se non in certe strane e rare occasioni. Fa piangere molto spesso ma - e questo è bene che si sappia - rende alla fine più forti.
Chi s’impolvera di Vita, non è mai troppo felice, perché non è dare la felicità il fine ultimo della Vita, ma piuttosto la Serenità, di questo sono sicuro. Non nel senso che tutti intendiamo. Non una Serenità sempre presente e senza intoppi. Ma quella duratura, quella che ti viene dall’aver compreso meglio te stesso e gli altri, dall’aver perdonato a te stesso e agli altri, dall’aver intuito il senso ultimo delle piccole cose ed anche la loro più segreta natura.
Questo ed altro può fare questa strana polvere di nome Vita!
Solo che ci vuole pazienza ed una dura lotta per non farsi sopraffare dagli effetti collaterali e per voltarli a proprio favore, e non tutti (forse nessuno) ci riesce.
C’è chi dice che solo dopo aver intrapreso la oscura via della Morte, La Vita sveli il suo vero volto. Ma io credo che in realtà lo faccia già prima, se solo le si da il tempo di spiegarsi e la si accoglie con speranza più che con rassegnazione.

In ogni caso per i due la Polvere di Vita decretò la fine della loro splendida fiaba.
Il problema è che l’Amore e la Vita, spesso non vanno d’accordo.
Il primo fa sognare, la seconda ti fa tornare alla realtà.
Il primo fa sperare, la seconda angosciare.
Il primo rende beati, e questa è una cosa bella, ma poco duratura. La seconda, come ho detto, rende sereni, ma lentamente e solo per chi accetta che la polvere si adagi su tutto il corpo e non continua a spazzolarsela via.
Ecco perché spesso è la Vita stessa a spegnere il fuoco dell’Amore. Narrano antiche leggende anzi che la polvere di Vita sia proprio il risultato diretto della cenere che si forma quando si spegne il fuoco d’Amore.
Credo sia vero, ma solo in parte. Quindi non so se veramente Vita e Amore possano coesistere. Ma si canta, in altre ballate, che alcune creature, tra le più fortunate evidentemente, abbiano saputo mescolare Amore e Vita così profondamente, da renderle un composto unico e…vivo!
Pare, infatti, che unite a dovere, possano generare un Drago d’Argento. Uno dei draghi più possenti del mondo. Contro cui nessun altro Drago malvagio può vincere una sfida: nemmeno il Drago d’oro e vanesio Superbia, o il Drago rosso e infiammato Ira e neppure il Drago viola e sulfureo Sfiducia e neanche il Drago nero Paura, la cui armatura di scaglie lucenti lo rende quasi invincibile.
Ma evidentemente non fu così per Blodeuweed e Omber. Videro la polvere di Vita cadere su di loro e l’unica cosa che riuscirono a fare fu quella di non imbrattarsi i vestiti.
Sai com’è: anche gli eroi di una fiaba possono essere stupidi in alcuni momenti. Forse perché in realtà è proprio la loro stupidità in alcune occasioni a renderli eroici.
Tentarono di pulirsi, freneticamente e senza sosta, senza nemmeno riuscirci del tutto.

E alla fine la Vita impolverò il loro Amore.

Non riuscì a spegnerlo, questo è vero. Ma tanto bastò perché i due si perdessero...
Sembra una storia triste, vero? E in parte lo è. Ma ad Omber le storie tristi non piacciono per niente, come a nessun folletto d’altronde...
Per questo, si diede da fare per donare un ultimo regalo alla sua amata Blodeuweed. Aveva offerto altri doni alla fata, nel tempo in cui si erano amati. Gocce di rugiada, colte di primo mattino, per lo più. Molto belle e preziose, e lucenti come stelle. Ma niente di speciale, infine. Almeno non a parere di un folletto. Così decise di fare qualcosa di speciale alla sua Blodeuweed, nell’occasione di un nuovo incontro, che si sarebbe tenuto non troppo distante dal giorno in cui cadeva l’evento del loro primo bacio.
Nel tempo in cui la fata e il folletto non si erano visti, Omber aveva studiato di più la storia delle fate, per capire meglio la sua amata Blodeuweed. Aveva appreso molte cose, ma non tutte utili al suo scopo, che era quello di aiutare la fata a superare quel grosso problema che le sue ali finte costituivano per lei.
In passato, in più di una occasione, le aveva fatto notare che in fondo le ali non servono poi a molto. Che lui stesso, quando voleva volare, poteva saltare in groppa ad un Nibbio o una Poiana o persino ad un Aquila, e bucare le nuvole proprio come faceva lei. E se voleva correre veloce nella foresta, gli bastava salire sul dorso di un lupo e giocare con lui tutto il tempo.
Ma sembrava non essere di consolazione per Blodeuwedd ed Omber si era messo in testa di poter rendere la fata libera da questa pena.
Fu per caso, o forse per destino, che Omber venne a capire l’unica cosa che forse avrebbe potuto aiutarla .
Come venne a quella importante conclusione, non è dato saperlo. Si dice abbia parlato a lungo col vecchio Saggio delle Montagne, e che questi gli abbia confidato alcuni segreti. Ma si dice anche che, dopo aver perso l’amore della sua Boldeuwedd, Omber abbia accettato che la polvere di Vita gli si adagiasse sul capo e sulle spalle. E come si sa, tra gli effetti di quella polvere, vi è la comprensione di tante cose…
Di fatto, sta che quando la rivide, Omber era raggiante.
Blodeuweed, che ancora voleva molto bene al suo folletto, era felice per lui.
Omber le prese la mano e le disse:

- Blodeuweed, oggi non è il tuo compleanno e nemmeno il mio. Oggi non è un’occasione speciale ma tutti i giorni dovrebbero esserlo, non credi? Per questo ti chiedo di accettare questo mio dono.

E le mise sul palmo della mano una foglia di fico, ben arrotolata, che sembrava contenere qualcosa di duro e sagomato.
Blodeuweed, divertita, aprì la foglia e con suo enorme stupore vi trovò una statuina ricavata dal legno di quercia, che raffigurava una fata proprio come lei. Una fata con delle belle ali, non del tutto dispiegate. Una fata che guardava il mondo con occhi incantati e felici.

- Il vero regalo non è però questo, ma qualcosa che ho da dirti e che ti ho scritto, perché è un tale segreto che è meglio non dirlo ad alta voce, per non destare l’ira del vento.

La fata non capiva, ed Omber gli fece cenno di rompere il sigillo della piccola pergamena che la statuina portava tra le braccia.
Così lei fece e vi trovò scritte queste parole:

“ Alla fata dagli occhi di Ebano e Cenere. Ti ho amato tanto, come un cerchio dall’inizio alla fine.”
Era questa una frase, detta tempo prima, che a Blodeuweed era piaciuta tanto, e che Omber aveva creduto fosse doveroso dirle almeno un’altra volta.
Un’ultima, triste, dolorosa volta.
“Questo amore è certo duro a morire, ma mai quanto il bene che vorrò sempre a quella che è stata la mia più sincera e amata amica. Per questo, nel tuo bene, credo sia giusto che tu sappia, del tuo popolo, un segreto che le fate hanno celato così a lungo da averne scordato persino l’esistenza col passare del tempo.
Ora forse potrai capire perché nessuno ha mai notato che le tue ali non sono vere.
Ora forse potrai comprendere perché ti fanno volare come tutte le altre.
Ora forse saprai perché il tuo segreto non è mai stato svelato e perché tua madre non ti ha mai chiarito alcun dubbio.
Ora forse ti potrai finalmente amare...
Le fate hanno sempre amato volare perché le rendeva, a loro parere, libere, eleganti e nobili. Un tempo però nessuna di loro aveva le ali.
Ebbene è così, mia cara Blodeuweed! Vivevano come noi folletti, e forse erano folletti loro stesse.
Ma ad alcune di loro venne in mente che sarebbero certo state creature ancora più amabili e ammirate, semplicemente se avessero potuto volare come le farfalle.
Iniziarono a costruirsi ali, prima con delle foglie. Quando videro che quelle non permettevano di volare troppo in alto, passarono a strappare quelle delle stesse farfalle!
Qualcuno fece loro notare che esser felici a spese degli altri non è poi così tanto “ammirevole” e così presero a rubare dai nidi le piume di uccelli e in seguito trovarono materiali sempre più ricercati, che rendessero le loro ali perfette, belle, efficaci e incantevoli.
Hanno fatto questo per generazioni e generazioni. Fino a convincersi di aver avuto sempre delle ali. Che la natura le avesse dotate di quello strumento utile al loro scopo, anche se proprio per natura quelle Ali a loro non servirebbero a nulla.
Alla fine - capisci? - hanno creduto che le fate nascessero già con le ali.
Ogni fata crede di esser l’unica – sola, sempre e ovunque - ad esser nata senz’ali ed ogni madre crede di passare questa terribile onta alla figlia. Così nasconde il segreto non parlandone, mentendosi e mentendo ai loro cari e fabbricando ali di seta per nascondere il difetto: non sono nemmeno in grado di rivelare il segreto alle proprie figlie, facendole crescere convinte di essere le uniche tra le fate a non avere ali vere...
Gli occhi sono sempre chiusi quando la verità è accecante, vero?
Tutte le fate, che in realtà nascono senza ali, si ritrovano a doversele fabbricare convinte che la loro sia una bizzarra e terribile mancanza della quale si vergognano tanto da non confidarsi mai con nessuno e questo alimenta l’assurda menzogna.
E’ una fortuna che tu ne abbia parlato con me.
Ebbene, Blodeuweed, ora lo sai: le fate non hanno ali. Da tempo, tanto tempo, ognuna di loro, se le costruisce come hai fatto tu, con pazienza e tenacia, lavorando giorno e notte.
Quelle ali che costruirono per sentirsi luminose e libere ora sono la loro più cupa prigione
Si sentono disperate e guardano alle ali delle altre come ad un dono che loro non hanno potuto ricevere, come se una colpa del passato, una sorta di maledizione, avesse colpito esclusivamente loro e le condannasse ad una vita in qualche modo costantemente solitaria.

Ma la verità, quella che spero d’ora in poi ti dia la forza di volare anche senza di esse, è che tutte le ali che vediamo non sono altro che ali di seta…”

Fonte: reperita in Web

sabato, 06 settembre 2008
FatinaCuRiOsA

miti e leggende, elfi, fate
commenti (10)

"Le Fate"

Le fate rappresentano
l'infantilita' contenuta
nel cuore e nell'anima
di ciascuno di noi.
Esse rappresentano il mistico,
il magico, il gioco e il divertimento.
Esse ci dicono che
non abbiamo bisogno
di diventare adulti,
abbiamo solo bisogno
di crescere.
Non c'e' bisogno
di seguire un percorso
spirituale particolare per credere
nelle fate,
c'e' solo bisogno
di avere un cuore
che possa amare...
aver anche solo una volta
nella vita, espresso un
desiderio ad una stella cadente...

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Valli di nebbia, fiumi tenebrosi e boschi che somigliano alle nuvole: poi che tutto è coperto dalle lacrime nessuno può distinguerne le forme. Enormi lune sorgono e tramontano ancora, ancora, ancora ... in ogni istante della notte inquiete, in un mutare incessante di luogo. E così spengono la luce delle stelle col sospiro del loro volto pallido. Poi viene mezzanotte sul quadrante lunare ed una più sottile delle altre (di una specie che dopo lunghe prove fu giudicata la migliore) scende giù, sempre giù, ancora giù, fin quando il suo centro si posa sulla cima di una montagna, come una corona, mentre l'immensa superficie, simile a un arazzo, s'adagia sui castelli e sui borghi (dovunque essi si trovino) e si distende su strane foreste, sulle ali dei fantasmi, sopra il mare, sulle cose che dormono e un immenso labirinto di luce le ricopre. Allora si fa profonda - profonda! - la passione del sonno in ogni cosa. Al mattino, nell'ora del risveglio, il velo della luna si distende lungo i cieli in tempesta e, come tutte le cose, rassomiglia ad un giallo albatro. Ma quella luna non è più la stessa: più non sembra una tenda stravagante. A poco a poco i suoi esili atomi si disciolgono in pioggia: le farfalle che dalla terra salgono a cercare ansiose il cielo e subito discendono (creature insoddisfatte!) ce ne portano solo una goccia sulle ali tremanti. (di Edgar Allan Poe)

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